Il giornalismo culturale italiano tra interventismo ed elzeviro

di mariapanetta

La terza pagina nacque, in Italia, all’inizio del Novecento. Com’è noto, infatti, nel 1901 Alberto Bergamini chiamò a collaborare all’austera terza pagina del “Giornale d’Italia” intellettuali come D’Ancona, Croce, Gnoli, Oliva.

Snodo cruciale dell’interventismo culturale italiano fu il primo ventennio del secolo, momento in cui si pubblicarono numerosissime riviste, dalle pagine delle quali gli intellettuali presero attivamente posizione su svariati problemi: modello indiscusso “La Voce” di Prezzolini, che mirava a coinvolgere il pubblico dei ceti medi nel dibattito su grandi questioni d’interesse generale, come il meridionalismo, il regionalismo, la scuola, facendosi interprete di un diffuso sentimento di protesta, anche se in termini sostanzialmente organici alla realtà politica esistente. Con l’uscita di Salvemini, nel 1911, dal gruppo dei vociani e la fondazione dell'”Unità” (che optava per la politica tout-court), venne meno l’ipotesi organizzativa su cui si fondava la “Voce” che, con la direzione De Robertis (dal 1914), prese la via della letteratura integrale, estraniandosi dall’azione politica, come fecero anche la “Ronda” e “Valori plastici”.

Durante gli anni del regime fascista, attraverso le riviste gli intellettuali mantennero una loro autonomia dalla situazione politica: la censura non riguardava, infatti, i dibattiti culturali, e intellettuali di orientamento diverso fondarono riviste (come la crociana “Critica”, o “Critica fascista” e “Primato” del gerarca Bottai) che accoglievano posizioni pluralistiche. Norberto Bobbio ha affermato che la cultura non è compatibile col fascismo: più correttamente di dovrebbe, forse, sostenere che, sebbene non si possa parlare di “cultura fascista”, anche durante il periodo del regime si riscontrò un vivace fervore di dibattiti culturali.

Gli anni Venti e Trenta rappresentano il periodo di massima fioritura dell’elzeviro, quell'”articolo di risvolto” che si trovava nella sesta colonna della prima pagina e spesso “girava” in seconda, e nel quale erano registrate riflessioni e impressioni: da esso nacque la prosa d’arte e prese avvio l’idea, tipicamente italiana, della terza pagina. L’elzeviro era un elegante esercizio letterario di riscrittura romanzata della realtà, mediante il quale l’intellettuale poteva evadere dal presente e dal quotidiano, rifugiandosi nella dimensione del disimpegno: Cecchi, Baldini, Cardarelli, Barilli, Bacchelli etc. firmarono numerosi di questi articoletti “di maniera”.

Una concreta opposizione al regime venne, paradossalmente, oltre che da intellettuali dichiaratamente antifascisti come Croce o Gobetti, da giornalisti fascisti come Malaparte e Maccari, col loro “Strapaese”; dal 1940, proprio in ambiente fascista si auspicò la soppressione della terza pagina, nella convinzione che lo scrittore dovesse apportare un sostanziale contributo alla crescita civile della nazione. Longanesi e Pannunzio, ad esempio, s’incontrarono nella redazione di “Omnibus” (1937), che diffuse uno spirito anticonformista di fronda indiretta e per questo venne soppresso nel ’39.

Dopo la caduta del regime, gli intellettuali conversero a sinistra e dilagò un atteggiamento di condanna del rondismo e dell’ermetismo, accusati, appunto, di autarchia intellettuale e disimpegno: di conseguenza, l’elzeviro entrò in crisi, anche per il prevalere, dalla metà degli anni Quaranta, del gusto americano della notizia pura e della cronaca assoluta.

La vittoria della DC alle elezioni del 18 aprile 1948 indusse la cultura di sinistra, egemonizzata dal Pci, ad attuare una politica del “fronte contro fronte”, strumentalizzando la letteratura a fini politici. Sulle pagine di “Rinascita”, “Società”, “Il contemporaneo”, “Cinema”, “Cinema nuovo”, si promosse la “battaglia per il realismo”: infatti, schivato Croce, prese avvio, attraverso Gramsci, il cosiddetto “ritorno a De Sanctis”. Il “Mondo” di Pannunzio (1949) e il “Borghese” di Longanesi (1950) polemizzarono, allora, sia con la cultura cattolica sia con quella di sinistra.

Gli anni Cinquanta segnarono l’acme della politica ideologica, dell’intreccio tra cultura, letteratura e politica, soprattutto in occasione della pubblicazione del Metello di Pratolini (1955): Muscetta, su “Società”, accusò il romanziere di fedeltà al lirismo della prosa d’arte; Salinari, sul “Contemporaneo”, tacciò, invece, i detrattori di Pratolini di decadentismo.

Nel ’56, il “Giorno” di Baldacci abolì la terza pagina, sostituita da un inserto in rotocalco con gli articoli culturali. Dopo i fatti d’Ungheria, “Nuovi argomenti” fu investita in pieno dalla polemica: ivi apparve l’intervista a Togliatti sul XX Congresso del Pcus. Finì allora la stagione del “frontismo culturale”: l’intellettuale, sospeso, nell’età del Neorealismo, tra Gramsci e Croce, versato nella lotta politica e nell’organizzazione delle masse attraverso la conoscenza, divenne organico all’industria culturale, un tecnocrate cosmopolita, esploratore dell’interdisciplinarietà. Del 1961 la polemica sull’alienazione, ospitata sul “Menabò” di Vittorini e Calvino; il 1963, invece, fu l’anno di fondazione del neo-sperimentalismo del Gruppo 63, neoavanguardia ostile a narratori come Bassani, Cassola, Pasolini e Moravia, il cui movente, a giudizio di quest’ultimo, era opportunisticamente extraletterario. Nel giugno 1967 nacque “Quindici”, diretta da Alfredo Giuliani, sulle cui pagine la letteratura occupava, all’inizio, uno spazio preponderante; nel ’69 il gruppo si sciolse, causando la fine anche del quindicinale. Nel 1968, “Nuovi Argomenti” ospitò il discusso articolo di Pasolini dopo i fatti di Valle Giulia, quando lo scrittore si schierò con i poliziotti e contro gli studenti in rivolta, venendo, poi, accusato di essere un reazionario.

Gli anni Settanta videro, invece, la crisi della terza pagina, trasferita strutturalmente dalla “Repubblica” nei fogli interni; anche il “Corriere della Sera”, nel 1972, pubblicò gli articoli di Pasolini in prima pagina, spostandovi l’interventismo culturale e negando, conseguentemente, autorità alla terza. Il dibattito sulla Storia (1973) della Morante divampò sul “Manifesto”, nato nel ’71, e vide schierate Natalia Ginzburg, in difesa del romanzo, e Rossana Rossanda contro l’idea che non si possano modificare i destini umani attraverso l’impegno nella storia: la polemica che ne derivò segnò la crisi e la fine di quel genere di dibattiti. Con l’affermarsi dell’editore Rusconi, in seguito, l’intellettuale rinunciò, infatti, alla militanza, “scrivendo a sinistra e pubblicando a destra”.

Dagli anni Ottanta, i giornali tendono a distaccare la terza pagina nei supplementi, abbinandola agli Spettacoli e al puro intrattenimento, e compromettendone ulteriormente la rilevanza culturale e civile.

Si potevano, dunque, ascrivere alla tipologia del giornalismo culturale, in Italia, sia le testate che si occupavano di questioni culturali, sia quelle che nascevano intorno a un progetto culturale ben definito, accomunate dal duplice intento pedagogico-formativo e puramente informativo. La costante del giornalismo italiano, dall’Unità ai giorni nostri, può, secondo alcuni, essere individuata nell’attitudine militante. Luisa Mangoni (L’interventismo della cultura, Bari, Laterza, 1974), ad esempio, ha definito “interventista” il modello della cultura italiana, sia di area progressista sia conservatrice: gli intellettuali italiani operanti durante il fascismo e quelli attivi dopo la caduta del regime, col prevalere di una cultura di stampo marxista, sono stati, infatti, accomunati proprio dal medesimo senso di dover compiere la missione della “battaglia delle idee”.

Tale paradigma risulta, però, di difficile applicazione alla prassi giornalistica contemporanea.

[2005]

 

Advertisements